Imparare a leggere i "segne de ciasa" i marchi di fabbrica incisi sul legno
Imparare a leggere i

 

Il paragrafo 11.7.10.1.1 del D.M. 17/01/2018 “Norme tecniche per le costruzioni” (NTC) che tratta della procedura di qualificazione ed accettazione del legno massiccio ed i prodotti a base di legno per uso strutturale, prescrive che esso debba essere qualificato per classi di resistenza e che ogni elemento debba essere riconducibile allo stabilimento di produzione tramite marcatura indelebile e depositata presso il Servizio Tecnico Centrale, conformemente alle EN 14081.

In questa nota non voglio occuparmi dei problemi che comporta l’introduzione e legittimazione del legno in edilizia da parte del nuovo decreto, come appunto la certificazione delle sue caratteristiche meccaniche e prestazionali, bensì preferisco la più leggera e gradevole riflessione sui “segni di casa”, che in ladino dà il titolo a questa nota.

La certificazione, la marcatura, il controllo di qualità del legno massiccio, più che del lamellare, sarà comunque una questione fondamentale per le costruzioni di legno e mi aspetto un serrato dibattito, ma anche la proposività di produttori, ricercatori, enti e prescrittori, oltre che ricerca ed investimenti.

Alcuni anni fa avevo notato su vecchi elementi di legno in opera, travi, catene di capriate, arcarecci ed anche tavoloni, degli strani segni. E non solo a Venezia, ma anche in terraferma ed in regioni limitrofe. Un collega di Storia dell’architettura mi disse che era il modo di segnare le travi messe in opera da ogni squadra di carpentieri, soprattutto per quantificare il lavoro e quindi la paga. Ma poi, grazie ad ulteriori ricerche, ho capito che era il marchio dei fornitori di legname.

Decisivo è stato poi il felice incontro con l’architetto Luciano Mingotto di Oderzo che da tempo si occupa dei segni sulle travi e la lettura del bel e documentatissimo libro di G. Pais Becher e A. Martella, che riporta un migliaio di segni di casa delle Dolomiti orientali.

Anch’io sono montanaro ed a proposito di segni ricordo l’ampio recinto di legno che veniva eretto il giorno di S. Francesco (4 ottobre) nel grande ed un po’ paludoso prato ai piedi del Pierosà, a Cortina, nella frazione di Grava, per raccogliere tutte le pecore che lasciavano i pascoli alti e ritornavano alle proprie stalle per essere prima tosate e quindi passare il lungo inverno. Ogni proprietario distingueva le proprie pecore per il segno di casa, ra noda o el zerneo (da cernere = distinguere), che avevano intagliato sull’orecchio. Sull’Appennino invece, le pecore avevano sulle orecchie un segno di vernice indelebile, che trovo assai più rispettoso dell’inutile tortura dei tagli alle orecchie (i miei mi dicevano che non sentivano niente, come fare il buco per gli orecchini) ed anche, sicuramente, dei marchi a fuoco sui bovini!

Il marchio dunque è il mezzo arcaico di riconoscimento quando c’è possibilità di confusione. In Sardegna, la pintadera, serviva per distinguere, ma anche ornare, forse il pane (propendo però per il formaggio) e quest’usanza è rimasta anche per non confondere il pane che ogni famiglia portava al comune forno per cuocerlo.

I marchi – propriamente i bolli – sui mattoni, identificavano presso i romani, la fornace di confezione e cottura.

Nel caso dei segni sui tronchi (ra taies) che dal Cadore e dal Comelico fluitavano lungo il Piave, dopo aver sostato nel grande cidolo di Perarolo, era indispensabile la marchiatura, affinché gli zattieri e i commercianti di legname potessero individuare il legno consegnato o acquistato.

La taja dunque riportava il segno di casa che era praticato con uno speciale arnese, el fer da segnà.

Dopo la sosta al cidolo, il tronco fluitato veniva segato in varie pezzature e sia le travi, sia le tavole venivano marchiate con i segni dei mercanti o delle segherie. A me, nel segno sui segati, piace vedere non solo l’identificazione, ma anche l’orgoglio, il marchio di fabbrica, fino all’implicita assunzione di responsabilità della qualità venduta.

Ritrovare in opera questi segni che in teoria permettono di risalire all’origine – in sostanza, data la perdita di memoria e disabitudine a questa pratica, l’operazione non è affatto semplice! – dona sempre una certa emozione.

Avevo cominciato a raccogliere qualche segno, ma non ho mai approfondito il tema, nonostante la curiosità. Ho trovato in opere diverse ed in luoghi diversi lo stesso segno, ma poi non sono riuscito a risalire né al mercante, né alla segheria, se non qualche sparuto caso.

Di molte travi segnate v. foto –  non ho sempre evidenziato il luogo di rinvenimento: è tempo dunque che dia sistemazione a questo materiale.

O è tempo sprecato?

Mi sembra infatti che la storia e la cultura tecnica del legno poco interessi a chi oggi lo usa, lo commercializza, lo mette in opera. Anche a chi insegna: i nuovi ordinamenti universitari sono tutti volti al saper fare, molto meno al saper pensare o alla cultura storica.

Storia e cultura sono intese come semplice erudizione o peggio, saccenteria. Perché fermarsi a considerare i gradini che la tecnologia del legno ha percorso nel passato? La freccia del tempo e del progresso ci spinge in avanti, conta l’innovazione, che ha già in sé quanto è stato precedentemente fatto…

Eppure ogni volta che si solleva la coltre dell’oblio, si scoprono cose di grandissima attualità e capaci di inferenze speculative che equivalgono alla novità.

Riprendo ancora dal D.M. 17/01/2018 e una frase del paragrafo 11.7.10.1.1: la marcatura del legno deve essere inalterabile nel tempo e senza possibilità di manomissione. Ma non sono previste pene.

La Serenissima, maggiore beneficiario della grandissima quantità di legname che giungeva a Venezia – anche 500 zattere al giorno! – dalle Alpi e Prealpi venete, puniva assai severamente chi manometteva i segni di casa. E se al cidolo di Perarolo qualche taja fosse stata senza segno, essa veniva assegnata alla Chiesa parrocchiale.

Comunque sia, proprio la mancanza di provvedimenti renderà ancora più problematica la marchiatura del legno da costruzione. Perché infatti ci si dovrebbe rompere il cervello o forare le tasche per un obiettivo – oltre tutto non semplice – che non sia cogente?

 

Prof. Franco Laner