Una dichiarazione d'amore per il legno nelle pagine del professor Franco Laner
Una dichiarazione d'amore per il legno nelle pagine del professor Franco Laner

Franco Laner parla del legno e lo conosce fin quasi meglio di mastro Geppetto. Il “Pinocchio” che ne è venuto fuori è il bel libro “Il mio legno”: un racconto in prima persona di chi ha insegnato questa materia nella facoltà di architettura e lo ha impiegato per molti suoi progetti. Il volume è diviso in quattro sezioni che si spalancano su cinque capitoli, tutti “aperti” da un titolo potremmo dire aforistico. Completano la struttura del testo un’introduzione, che spiega la genesi del lavoro e le motivazioni della specie preferita dell’autore, il larice. In questa tipologia di legno l’autore identifica la sua cultura ladina e origine cortinese. Il libro si chiude con una conclusione in cui esprime il rammarico che la cultura del legno sia molto evocata e poco praticata. “Colpa del legno? No, delle teste di legno!” è il titolo della prima sezione.

 

Spesso infatti, secondo la tesi dell’autore, l’insuccesso di un progetto o di una realizzazione viene imputato ai difetti del legno. In realtà - è questa la tesi - spesso si ha a che fare con l’incapacità (di chi lo usa) di rapportarsi con le sue caratteristiche che, per quanto ci si sforzi di classificare, sfuggono alla pretesa e alla presunzione di imbrigliare la Natura nelle rigide caselle del determinismo. In questa sezione, inoltre, protagonista è l’uso storico del legno in alcuni manufatti, reali e mitici, come per la costruzione dell’arca di Noè, il cavallo di Troia o il suo ingegnoso impiego da parte dei pontefici romani per la costruzione di ponti a partire dal Sublicio, quello di Cesare sul Reno e quello di Traiano sul Danubio. Un viaggio nella storia e nella straordinaria importanza che il legno ha rivestito per lo sviluppo della civiltà. Franco Laner, però, va oltre: la sua analisi delle specie legnose impiegate per le palafitte smentisce l’uso abitativo di questi manufatti, mentre il quinto capitolo si ferma alla concezione sottesa alla realizzazione dei bellissimi trabucchi abruzzesi, macchine per la pesca che “vanno a patti con la più forte natura”.

 

La conoscenza del legno diventa così mezzo di approfondimento di altre discipline. Molto curiosa anche la sezione chiamata “Il calcestruzzo lo so fare anch’io, il legno solo Dio”. Attraverso articoli solo in apparenza disuniti, questa sezione del volume insiste sulla necessità di conoscere il legno per poterlo usare al meglio e di come la conoscenza della filiera legno sia indispensabile per l’esito di una realizzazione, se si condivide che il successo di un’opera costruita sia dato dalla capacità di mettere insieme bellezza e razionalità, ingegneria e architettura. I due ultimi capitoli, invece, documentano come la caratterizzazione del legno e la sua eziologia siano necessarie per garantire la durabilità delle costruzioni di legno, tema principe per chi usa questo materiale. Forse è la sezione che meglio esplicita e chiarisce le intenzioni dell’autore, che ha insegnato questo materiale nella facoltà di architettura e che lo ha usato in molti dei suoi progetti. “Nessun dorma” è, invece, un’affermazione che si trova nel libro e che si riferisce non solo al fatto che una struttura di legno debba essere sempre pervasa da un’intima tensione, ovvero che debba sempre lavorare senza stancarsi mai (pena l’insuccesso) ma anche come questa concezione strutturale possa essere foriera di innovazione con l’applicazione di stati di coazione, ovvero con tecnologie che mettono in presollecitazione gli elementi strutturali prima del loro impiego nell’organismo statico.

 

Molto interessante anche il capitolo in cui elogia il cuneo, macchina semplice, potente, bella e utile, oggi dimenticato e che attende una riscoperta. Infine, nella quarta sezione, “S’impara di più in un bosco che sui banchi di scuola”, vengono sottolineate le motivazioni più strettamente culturali che giustificano l’impiego del legno e l’interesse che il mercato mostra per il suo impiego in edilizia. Singolare il capitolo sull’elogio del gabinetto di legno, nel quale affiora il debito culturale che l’autore dichiara di avere per lo scrittore giapponese Tanizaki, ma anche la sintesi del tentativo che pervade tutto il volume di mettere assieme il saper pensare e il saper fare.

 

Alcune chicche impreziosiscono il volume. Come le otto immagini di realizzazioni e libri (uno per lustro) che danno ancora più credito alla penna di Laner. Il quale confessa il suo debito nei confronti di tutti quelli che, in qualche modo e per varie ragioni, si sono occupati di legno. Il libro, non solo avvincente nel suo incedere, è interessante anche dal punto di vista grafico. Ad impreziosire il testo anche le foto del famoso fotografo ampezzano Stefano Zardini. L’ultima sorpresa: Alvaro Stevan, titolare di una ditta che costruisce ascensori, ha assecondato la richiesta di sponsorizzare la pubblicazione, anche se l’autore avesse subito premesso di non prevedere un futuro di ascensori di legno. O almeno nel giro di qualche anno.