I teoremi vanno spiegati, l’arte no
I teoremi vanno spiegati, l’arte no

È opinione diffusa che per apprezzare una mostra d’arte contemporanea sia necessario spiegarla. Si può eccepire che le opere non devono essere spiegate, ma sintonizzarsi con esse, poiché parlano da sole. I teoremi vanno spiegati e dimostrati, l’arte no. Dell’opera invece va analizzata la struttura formale e poi interpretata. La spiegazione per il pubblico, di cui parlano i critici, è una violazione palese del rapporto che si stabilisce tra opera e riguardante, poiché essa va ad interferire sull’interpretazione autonoma dell’osservatore compromettendone la ricezione.

 

Qualcuno obietterà che il riguardante va educato alla comprensione, certo, ma non indottrinato. La necessità di spiegare ha una motivazione ben precisa, quella di decifrare opere contemporanee del tutto incomprensibili. Manufatti che sono tali grazie al fatto che gli autori (detti eufemisticamente artisti) sono indipendenti nell’esercizio dell’attività e si esprimono come meglio credono, in piena libertà. In tal modo i grandi apparati artistici, attraverso i propri mediatori (critici d’arte), inducono a credere con grandi mezzi persuasivi, che l’arcano significato dell’arte possa essere svelato solo da loro. Come già detto l’opera non può essere né spiegata né dimostrata.

 

Ma una critica che perpetua se stessa insistendo sulla spiegazione che non c’è, è una critica fondata sull’arbitrio. In un contesto operativo in cui l’artefice è completamente libero di fare e tutti i parametri di giudizio e di confronto siano stati aboliti, quali criteri dovremmo assumere per stabilire ciò che è arte da ciò che non lo è? La critica dovrebbe assolvere a questa mansione, ma come abbiamo visto essa lo fa in modo arbitrario e funzionale a un sistema in cui l’opera si riduce a rappresentare un valore economico-finanziario dove gli apparati di consenso la sostengono e la promuovono con inaudita potenza dottrinaria. Gli autori succubi dell’organizzazione artistica, ma più spesso complici astuti, pongono al centro della loro ricerca l’astrusoimmaginario, un modus-operandi libero da norme e condizioni, che prescinde dal suo compito storico di ornare e piacere, in tal modo la funzione d’arredo viene a mancare e il manufatto privato del suo scopo si sottrae alla fruizione, ponendo tra sé e gli osservatori una barriera insormontabile. Privata della sua vocazione primaria di soddisfare il gusto, l’opera manca al suo scopo di piacere e si chiude in una sorta di inaccessibilità senza senso.

 

La produzione significativa che ha smarrito il rapporto con l’uomo, ha perduto anche la sua legittimità in cui tutto e il suo contrario sono possibili. Non ci sono più limiti alla spudoratezza dell’immaginazione, né tantomeno argini ad atti abusivi e arbitrari che riducono il manufatto a una sorta di sgangherato obbrobrio. Ma il paradosso è che queste pseudo opere, quanto più sono tronfie nella loro spuria banalità, quanto più sono oggetto di culto nei santuari dell’arte. In un sistema di mercato perverso, nel quale spicca l’abilità ingannevole di un linguaggio sofisticato per addetti ai lavori, ogni approccio autenticamente visivo con l’opera appare impossibile. Ciò che rimane è un’interpretazione oggettiva e perniciosa di un sistema che condiziona un pubblico assuefatto e dipendente. La deriva dell’insensatezza operativa corre sul filo del consenso mediatico messo in atto dalle televisioni, dalle riviste specializzate, dalla grandi rassegne espositive, dalle case d’asta, dai musei e da tutto l’apparato promozionale di cui dispone il potere. La visione unica ha messo il suo marchio su tutto il mondo artistico e, come una metastasi, ha raggiunto il suo acme nei testi scolastici dove ha imposto i propri modelli negativi per succubi replicanti.

 

Francesco Giostrelli