Bello o brutto? Non ci sono più metri di giudizio
Bello o brutto? Non ci sono più metri di giudizio

La bruttezza è la qualità di ciò che è bruto ed è brutto tutto ciò che per aspetto esteriore o per qualità intrinseche suscita impressioni sgradevoli.

Se consideriamo l’aspetto esteriore e le qualità intrinseche in rapporto alle arti figurative, il brutto non è altro che il risultato di un modo di operare rozzo e grossolano il cui prodotto denota imperizia e incapacità esecutiva.

Da ciò ne consegue che la percezione artistica non è altro che la registrazione di un’anomalia, di una disarmonia, che si traduce in una carenza dell’autore. Infatti se guardiamo a un manufatto d’arte contemporanea ci rendiamo conto che esso non si affida ad alcun parametro tradizionale e quindi ogni giudizio di merito appare insufficiente o inadatto. In tal modo riesce difficile esprimere pareri, dato che i prodotti moderni si avvalgono di criteri che guardano alla volontà di essere originali e diversi, senza conoscere i presupposti su cui si reggono.

Esiti che si mostrano come desolanti lacerti, in cui il gusto del fare, la bravura di realizzare ed il talento dello stile vengono esclusi in nome di una pretestuosa supremazia concettuale.

Accade così che il fruitore si trovi disorientato e incapace di farsi un’opinione poiché non ha alcun criterio di valore su cui affidarsi e la presunta originalità da sola non basta. Da qui si evince che l’inalienabile facoltà del giudizio viene meno, messo in crisi prima dalla perdita di un riferimento comune, poi dall’assenza delle facoltà interpretative. In aiuto a questo stato di crisi dovrebbe esserci la critica, che media tra opera e fruitore, mentre l’autore, spinto dal desiderio smodato di apparire originale e mosso dalla libertà di operare in piena autonomia, produce opere (si fa per dire) che sfuggono ai normali criteri d’intendimento, chiuse in una sorta di gratuita autoreferenzialità. Ecco dunque che la critica d’arte, intesa come riflessione sulle opere, cerca di stabilire nuovi criteri d’indagine che tuttavia si mostrano inadeguati al compito.

Dal canto suo il critico, sempre più intento ad intercetare i messaggi più oscuri ma di alto profilo intelletuale, e motivato a giustificare le stramberie più eclatanti, media tra l’ignaro osservatore e il genio creativo. Da ciò appare evidente come l’approccio diretto con l’opera sia una sua prerogativa e grazie alla rabdomantica capacità di convincere e persuadere, subordina alla propria interpretazione quella del riguardante, violandone il suo inalienabile diritto. Esso dunque non vede l’opera con i propri occhi, ma atraverso quelli di altri e quindi sostanzialmente inautentica.

Persa la nozione di bellezza che aveva caratterizzato tutto il secolo XIX, essa viene sostituita da ciò che è interessante, un termine che comporta altri criteri ricettivi che non riguardano il suo specifico, ma lo spirito di un tempo essenzialmente frivolo e tecnicamente futile, che toglie al mestiere, inteso come perizia, capacità, abilità e mimesi, la sua vera ragione d’essere. L’operatività privata di senso, riduce l’arte a una mera espressione segnica che non passa attraerso l’impegno, il sacrificio e la conquista, e si esaurisce nell’effimerbisogno di apparire e nell’arroganza di manifestare un’originalità falsa e ripetitiva.

 

Pittore F. Giostrelli