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L'arte e il piacere che essa sa dare: un patrimonio universale dell'uomo
L'arte e il piacere che essa sa dare: un patrimonio universale dell'uomo

Fin dall’inizio l’arte figurativa si è servita di due parametri evolutivi di crescita: abilità di rappresentare il vero e capacità di interpretarne la forma. Al primo parametro compete di saper dimensionare l’immagine secondo l’ordine armonico della proporzione, il secondo invece rafforza il carattere espressivo della forma rendendola visibile. Se dunque l’abilità conferma il valore della manualità e del mestiere, la capacità di interpretarne la forma invece, prova il suo valore espressivo nello stile che connota l’opera nelle sue caratteristiche grafico-coloristiche. Lo stile quindi è ciò che contraddistingue l’artefice con tutta la sua produzione. Non è un caso però che espressione e stile coincidano, essi infatti sono sempre conseguenti all’abilità di conseguire il vero, al mestiere che rimane un dato certo e fondante dell’attività creativa.

 

Se dunque lo stile è ciò che caratterizza l’operato dell’autore competente, cionondimeno, esso, per quanto sia originale, non è sufficiente a essere opera d’arte nel senso più esclusivo ed elevato del termine, poiché ciò è il risultato di uno stato di grazia raro quanto inconsapevole dell’autore, e costituisce quell’universo di più che fa la differenza con le altre opere stilisticamente valide. Se dunque l’opera d’arte, (intesa come eccellenza dello stile) sfugge alla consapevolezza del suo autore, essa però non si sottrae all’occhio acuto dell’osservatore attento, che interpretandola ne riconosce la qualità ineffabile. Così l’opera viene distinta e colta nella sua essenza, là dove l’occhio comune non riesce a penetrare, e beneficiando del giudizio di valore, il riguardante gode pure del piacere estetico. Un piacere che ognuno ha diritto di avere, purché sia in grado di riconoscerne il pregio, nell’autonomia del giudizio e fuori da ogni condizionamento culturale. Tuttavia l’aspetto eminentemente teorico di accesso all’opera d’arte non tiene conto dei criteri e metodi di giudizio volti a supportare una corretta consapevolezza critica.

 

Tutto è demandato all’opinione personale (che sarebbe il male minore) o peggio a quello più generale della storia che in tal senso subordina tutto ciò che è sorpresa emotiva a semplice dato conoscitivo. L’opinione invece, anche nel caso fosse sostenuta da una sensibilità autonoma, non regge il confronto con una tradizione storica consolidata e indiscutibile e su un potere di consenso di inaudita potenza, alla quale il fruitore non sa opporsi, facendosi così portavoce di un sistema impermeabile a qualsiasi revisione critica. Così l’interpretazione dell’opera si adegua a una cultura potenziata dai propri modelli di persuasione: in tal modo anche il piacere estetico viene condizionato da un giudizio storico generale e falsato nella sua autonoma capacità di intendere.

 

L’arte e il piacere ad essa connesso, che dovrebbero essere un patrimonio universale dell’uomo, perdono la loro integrità di accesso e diventano appannaggio di un sistema dell’arte retto su di una comunicazione non autentica, ma artatamente capace di orientare il pubblico. Al piacere diretto e genuino della percezione, si sostituisce una comunicazione indiretta e diversa, trasmessa e confezionata ad uso divulgativo, su cui pesa la presunzione di essere l’unica depositaria di ogni valore.

 

Pittore Francesco Giostrelli